Le Relazioni Terapeutiche

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Quando si parla di “terapeutico” si pensa sempre a un lettino e a uno strizzacervelli con penna, taccuino e orologio nel taschino. Un Freud di turno pronto a evocare il nostro complicatissimo rapporto con la madre. In realtà è molto di più di tutto questo.

Terapeutico è un aggettivo che si riferisce a tutto ciò che viviamo e che ci fa stare meglio, che impieghiamo in un momento particolare della nostra vita per superare un ostacolo, per affrontare le nostre debolezze, per ritrovare strumenti che avevamo abbandonato.

Lo sport, il buon cibo, un paesaggio, un bicchiere di vino, una canzone, un bagno caldo tutto per noi, una serata dedicata al nostro film preferito… Tutto questo può essere terapeutico. Può restituirci un momento di benessere fisico e mentale per ripristinarci dalla stanchezza della giornata o da un momento complicato della nostra vita.

Importante per la nostra sopravvivenza è anche la socialità, ingrediente fondamentale per il miglioramento della salute fisica e mentale e che ha incrementato la longevità degli esseri umani.

Alcuni studi dei primi decenni dello scorso secolo hanno evidenziato come le donne malate di cancro socialmente più attive avevano un’aspettativa di vita nettamente superiore a quelle che ne conducevano una più ritirata.

Alcune relazioni, infatti, sono un prezioso strumento di guarigione emotiva. Pensiamo a quando parliamo con un’amica di un problema, quando telefoniamo a nostra sorella per chiederle un consiglio, quando siamo felici di trascorrere la giornata lavorativa con il collega simpatico oppure quando incontriamo a cena quella coppia di amici che ci fa sentire sollevati una volta tornati a casa.

Queste e tante altre sono definite relazioni terapeutiche. Rapporti con persone che ci fanno stare bene, il cui incontro ci segna in modo positivo, ci lascia un cambio di prospettiva, ci restituisce fiducia, ci fa sentire la pacca sulla spalla del “ce la puoi fare”.

Non necessariamente sono relazioni con persone di famiglia, anzi, molte volte, non lo sono affatto vista l’esigenza di preservare coloro che amiamo da ogni tipo di preoccupazione.

Chi ha la fortuna e la capacità di tessere rapporti di questo tipo dispone di un grosso patrimonio.

Pensiamo alla recente notizia di cronaca nera di qualche giorno fa che riportava di una donna trovata morta nel proprio appartamento dopo due anni: per tutto questo tempo nessuno ha chiesto di lei, nessuno l’ha cercata, nessuno se ne è preoccupato.

Pensare a una cosa del genere mi ha sollevato tanti pensieri, uno fra questi proprio la necessità delle relazioni positive per una qualità di vita migliore.

In un mondo dove si parla con l’amico distante 2000 km con estrema facilità, si sta paradossalmente disperdendo l’esigenza di contatto con chi ci è seduto accanto.

Forse sarebbe il caso di ricominciare a coltivare i rapporti con le persone vicine, con coloro che possono guardarci negli occhi cogliendo tutto ciò che ne deriva: gioia, dolore, rabbia…

Affidiamoci, perché l’altro potrebbe sempre essere la nostra ancora di salvezza.

 

Alessia Pavoni
 


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