10 Domande a Angelo De Persio

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Nella memoria dei vecchi appassionati di atletica è ancora vivo il mito della dinastia dei De Persio. Quattro fratelli uniti dalla passione per le corse che hanno dato lustro e fama allo sport olevanese. Angelo, classe 1956, è il fratello maggiore, pioniere del movimento insieme a Vittorio Sebastiani, da cui ha ereditato il testimone. A partire dai primi anni Settanta e per oltre un decennio, ha raccolto successi significativi, correndo al fianco di atleti di caratura internazionale. Oggi nelle vesti di allenatore cerca di trasmettere ai suoi ragazzi i valori di una disciplina sportiva fondata sui concetti basilari di sofferenza e sacrificio.

La tua è una storia particolare. Sei il primo di quattro fratelli, tutti atleti di alto livello. Raccontaci quando è nata la tua passione per la corsa e come l’hai trasmessa in famiglia.

In realtà siamo cinque fratelli, ma solo in quattro condividiamo la passione per l’atletica: io, Mario, Alfredo e Renzo. La mia passione per l’atletica è nata guardando in televisione le Olimpiadi di Roma del 1960. Avevo solo quattro anni, ma ricordo che rimasi incantato dalle immagini di quell’atleta scalzo di nome Abebe Bikila. Da allora iniziai per gioco ad organizzare delle piccole gare con gli amici, cercando di emulare le gesta di un maratoneta. Però l’effettivo inizio è stato grazie ad una scommessa. Era il 1971. Ero a scuola, frequentavo il primo anno di liceo a Olevano. Con degli amici scommisi che sarei stato in grado di correre 100 giri di campo sportivo. Ovviamente vinsi la scommessa. In quell’occasione mi notò Vittorio Sebastiani, che a quel tempo era l’unico atleta olevanese in circolazione. Mi invitò ad allenarmi con lui. Fu una benedizione per me. Così il primo d’agosto di quell’anno iniziai. Venne anche Umberto Tranquilli da Roma per aiutarmi negli allenamenti. Il 15 agosto feci la mia prima gara. Vittorio mi portò a correre a Colle Palme, a Cave: arrivai undicesimo assoluto e terzo di categoria.
Come ho trasmesso la passione ai miei fratelli? Facile. Prima in tutti i paesi, grandi e piccoli, le varie amministrazioni comunali organizzavano tante gare per riempire le feste e mettevano in palio premi in denaro. A quei tempi, soprattutto per un ragazzo, avere dei soldi in tasca era un qualcosa di allettante. Quando iniziai a vincere qualche gara e ad intascare qualche soldarello, convinsi i miei fratelli a provare. Iniziammo intanto a dividere le mie vincite…

C’è mai stata rivalità coi tuoi fratelli? E secondo te chi è stato il più forte?

Mai. Rivalità coi fratelli non c’è mai stata. Però devo dire che con Alfredo c’è stata qualche presa in giro perché lui era veramente forte. Purtroppo, però, non aveva la testa. Io l’ho anche allenato, però era sempre un po’ stravagante. Si vantava del fatto che, mentre io ottenevo i miei risultati con una preparazione costante, lui faceva lo stesso senza allenarsi. Potenzialmente Alfredo poteva essere il più forte, ma io ho ottenuto più risultati.

Che atleta eri? Quali erano i tuoi punti di forza e quali le tue debolezze?

Non ero un atleta molto veloce, non ero portato per le gare brevi, tipo gli 800m o i 1500m. Tuttavia mi sono difeso anche in quelle distanze. Negli 800 ho un personale di 1’58’’80; nei 1500m di 3’58’’80. Però andavo meglio nelle medie distanze e poi anche nella maratona dove ho un personale di 2h26’.

Se ti chiedo di raccontarci una gara indelebile ti salta alla mente un successo o una debacle?

Sicuramente penso alla gara più importante della mia carriera, quella che mi ha convinto che avrei fatto grandissime cose: “Il Giro delle Mura di Ferrara”. Era il 14 febbraio del 1980. In quella gara arrivai quarto dietro a Pizzolato, Magnani e Lotti, atleti di assoluto valore. Ricordo che la sera prima della gara arrivammo a Ferrara con mio fratello Mario. Non sapevamo nemmeno dove andare a dormire. Andammo al comitato che ci indirizzò verso un albergo. Noi correvamo per la “Tacco e Punta” di Ercole Tudoni. Furono gentili, ma ci snobbarono pensando che fossimo atleti capitati lì per caso. Il giorno della gara mi sono subito messo col gruppo di testa. Nel giro di un paio di chilometri ci siamo staccati io, Pizzolato, Magnani e Lotti. Passammo ai 5mila in 14’40’’. La gara era di 13 km. Ricordo che Pizzolato si girava verso Magnani e indicando me gli chiedeva: «Ma questo chi è? Questo quarto incomodo chi è?». Feci una gara stupenda lasciandomi alle spalle tanti atleti della Nazionale di maratona. È una gara che ricorderò per sempre.

E invece una gara indimenticabile in negativo?

Ho vissuto l’atletica sempre in modo positivo. Ma un problema ce l’ho avuto con la RomaOstia. È sempre stata una gara ostica. Una gara in cui non riuscivo mai ad arrivare al traguardo. Ma nel 1986, quando ormai non correvo più ad altissimi livelli, mi sono voluto togliere la soddisfazione di portarla a termine.

Tu, Vittorio Sebastiani e Alba Milana siete stati i precursori, nonché i massimi rappresentanti, dell’atletica olevanese. Che ricordi hai di quelle giornate trascorse insieme nei campi di allenamento?

Sono stati i momenti più belli della mia vita sportiva. Con Vittorio ci incontravamo al campo sportivo di Olevano e macinavamo chilometri sulla terra battuta; poi uscivamo e salivamo verso Bellegra, per poi proseguire verso Roiate e Subiaco. Salite e discese a non finire. Ovviamente i primi tempi non ce la facevo a stare al suo passo. Lui mi aspettava. Vittorio è stato il più grande. Facendo questi allenamenti sono riuscito a vincere un campionato regionale di corsa campestre a Lanuvio, nel 1973. Da qui ho iniziato a farmi conoscere nel circuito. Alba si metteva insieme a noi, poi è stata seguita da altri allenatori e ha fatto la sua splendida carriera. Siamo legati da una grande amicizia. Quando parlo di Alba e Vittorio parlo di due fratelli, di due persone che mi hanno elevato nella vita. Ancora oggi, quando devo organizzare qualche manifestazione, in primo luogo penso a loro. E quando torno indietro con la mente ai nostri allenamenti penso a quei giorni come ai più belli della mia vita.

Come è cambiato il mondo dell’atletica? Quali sono le differenze col passato e perché in Italia stentano a emergere atleti di caratura internazionale?

La differenza sostanziale sta nella fame di successo. Una volta si aveva fame. Il concetto di sofferenza e fatica non è contemplato nella società attuale. Basti pensare che oggi ci sono i campionati mondiali di Playstation! L’atletica è pura e semplice sofferenza fisica. Se non si innesca il discorso del piacere, della passione purtroppo rimane solo la sofferenza. In passato correvano meno persone, ma tutte di alto livello tecnico. Oggi corrono molte più persone, ma la qualità è decisamente inferiore. Adesso bisogna andare a scovare i talenti perché il calcio ha un po’ monopolizzato il sistema sportivo. La Federazione dovrebbe attuare una politica tendente alla ricerca degli atleti, rubandoli ad altre discipline, il calcio in primis. A partire dalle scuole. L’esempio lampante è Eleonora Dominici. Ha iniziato per gioco, nel corso di una manifestazione benefica, ed ora è un’atleta di livello nazionale. Ovviamente l’attività di scouting deve essere sostenuta da investimenti da parte dalla Federazione.

Il tuo rapporto con l’atletica oggi: ogni tanto rispolveri le scarpette o le hai definitivamente appese al chiodo?

Adesso faccio solo delle lunghe camminate perché mi sono un po’ appesantito e ho un po’ di dolori alle ginocchia e alle caviglie. Ho le giunture chilometrate. Penso di aver fatto, tra allenamenti e gare, un paio di volte il giro del mondo! Devo scendere ancora qualche chilo prima di riprendere a corricchiare… Ora mi dedico ai giovani. Tre volte a settimana alleno dei ragazzi a Valmontone. Per stimolarli faccio qualche ripetuta insieme a loro. Gli lancio la sfida e cerco di trasmettere loro il concetto nobile della sofferenza. Perché alla fine i risultati si ottengono soltanto con gli allenamenti.

Ormai da oltre dieci anni sei tra i promotori di una corsa per Telethon lungo le strade di Olevano Romano. Illustraci quest’esperienza.

Si tratta di un evento nato un po’ per gioco. Il prossimo 6 maggio andrà in scena la tredicesima edizione. Una giornata all’insegna della comunione e della solidarietà. Faccio parte del consiglio direttivo dell’Avis e tra le varie manifestazione a sostegno della ricerca abbiamo pensato di organizzare una gara podistica aperta a tutti, rigorosamente non competitiva, a favore di Telethon. Nel corso degli anni siamo cresciuti nel numero dei partecipanti e anche a livello di raccolta fondi. Ovviamente è il frutto del lavoro congiunto del presidente dell’Avis, del direttivo e dell’immancabile Alba Milana. Vedi quante volte ricorre Alba… senza di lei non potrei fare niente!

Cosa pensi quando per strada ti imbatti in un runner?

Si accende sempre un pensiero di benevolenza. Vedo se corre bene, se ha delle cose da modificare nella tecnica. Ovviamente mi fa tornare indietro con la memoria. La tentazione è sempre quella di fermarmi a condividere le sensazioni che la corsa riesce a generare . La mia è una ricerca. Vorrei che ogni runner accettasse i miei consigli, però capisco anche che molti lo fanno semplicemente per il piacere di correre e di stare in forma senza puntare a nessun obiettivo specifico. Mi piacerebbe che fossero loro qualche volta a fermarsi ad ascoltare qualche mio suggerimento. Sarebbe bello che fossero i giovani a cercare me, Vittorio e Alba per avere consigli su come affrontare al meglio questa meravigliosa disciplina sportiva.
 


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