Fuoriserie

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Che la pandemia sia arrivata nel 2020 è stato un privilegio, un grosso privilegio. 

E sì perché grazie alla tecnologia, a internet e ai giga illimitati, abbiamo potuto occupare intere giornate. Pensate alle videochiamate, singole e di gruppo, grazie a Zoom, WhatsApp, Skype, Messenger… E poi tutte le piattaforme televisive che ci hanno dato una finestra sul cinema in tempo reale. Il tesoro dei pirati! Che quando lo apri ti senti ricco, anzi ricchissimo.

Una volta esistevano i telefilm: chi non ricorda I ragazzi della 3c, College, Beverly Hills e Merlose Place? È poi arrivato il tempo delle fiction, racconti a puntate con cadenza settimanale. Ed era così che si attendeva il martedì piuttosto che il giovedì piuttosto che il sabato per vedere cosa sarebbe successo: se tizio avrebbe sposato caio, se avrebbero assassinato quello, se sarebbe scappato quell’altro.

Era bello. La cena aveva un altro sapore. Ci si sbrigava perché si voleva stare davanti alla tv il prima possibile, per assaporare il fermento che solo l’attesa di ciò che ci piace tanto è in grado di trasmettere. E, proprio come la fine di ogni “dì di festa”, al termine dell’ennesima puntata rimaneva l’amaro in bocca di una nuova fine e il sapore dolce di una nuova attesa. E il tempo scorreva così…

Poi sono arrivati i pirati e ci hanno dato il tesoro di cui parlavo prima: Netflix, Sky, Amazon… Su queste piattaforme on demand non c’è attesa, non c’è tempo; c’è tutto un cinema raccolto in un telecomando. Film di tutte le ere e poi loro: le serie.

Cos’è la serie? La serie è il nostro caro vecchio telefilm migliorato. Tra un episodio e l’altro non c’è una settimana da trascorrere, ma solo un pulsante; non c’è neanche una sigla perché una casellina con scritto “salta intro”, ci toglie anche la noia di attendere musichette inutili.

E non esiste perdersi la puntata precedente perché stanno tutte lì, in sequenza, come dei quadri a una mostra. Possiamo fermarle se dobbiamo andare in bagno o se vogliamo mangiarci un panino, senza dover attendere la pubblicità. Se non si capisce qualcosa, beh, si torna indietro, tanto poi si va avanti di nuovo e non si perde tempo.

Ma a parte la loro facile fruizione, cos’altro hanno di così attrattivo queste serie? Ne hanno fatte di tutti i tipi: sul diavolo, sui vampiri, sui Papi, sui peggiori criminali, sulle donne più infime, su quelle più belle, sugli uomini più potenti, su quelli più fragili. E ancora sulle perversioni, su omicidi irrisolti, sul carcere, addirittura è stata scomodata la memoria di Freud in una delle più recenti. Insomma, una valanga di serie per tutti i gusti, per tutte le età.

Nonostante la mia iniziale resistenza, ho ceduto alla visione di Romanzo Criminale, di cui avevo tanto sentito parlare. La prima scena mi aveva già rapita, e furono giorni di bulimia compulsiva di episodi: ne divoravo uno dietro l’altro senza tregua, senza sazietà.

Cucinavo, facevo colazione, lavavo i piatti con lo sguardo fisso al televisore e nella testa la colonna sonora del Repertorio Machiavelli. Fino a che le note di Liberi Liberi di Vasco Rossi hanno suonato la scena finale. Pensai di essere rimasta affascinata dalla trama. Una trama basata su fatti realmente accaduti che hanno caratterizzato il nostro Paese dagli anni Settanta in poi.

Poi è stata la volta della Casa di Carta, una serie spagnola divisa in quattro stagioni ambientata durante una tentata rapina nella Zecca di stato spagnola prima e nella Banca di Spagna poi. Una successione di accadimenti intrecciati d’amore che si lega all’odio, di sesso che poi diventa tenerezza che si contrappone a sangue e spietatezza, ingenuità mischiata alla più diabolica genialità, amicizia che si inginocchia alla rivalità.

Tutto ciò è questa bellissima serie che, allo stesso modo della prima, mi ha fatto consumare giorni e giorni davanti al televisore con sempre lo stesso protocollo: l’euforia dell’inizio, il susseguirsi esasperante delle puntate, la scelta forzata di premere “exit”, e l’attesa di poter vedere gli episodi successivi. Sino alla scena finale che chiude il sipario e lascia spazio alle conclusioni: cosa è piaciuto, cosa meno, cosa ci ha disilluso, cosa avremmo cambiato.

Dopo la Casa di Carta avevo deciso di non vedere più serie. Non mi piace che qualcuno rapisca il mio tempo senza lasciare a me la scelta di come gestirlo.

Fino a quando, vedendo un trailer, sono caduta di nuovo nella trappola: Vis a Vis, altra serie spagnola, quattro stagioni, 40 episodi totali di un’ora ciascuno, in poco meno di dieci giorni. Citando la frase di una mia carissima amica: “Quando una serie che ti piace finisce, è come salutare un’amica a cui hai voluto tanto bene”.

Centro. Questa frase ha descritto in pieno il mio stato d’animo, proprio quello che mi è accaduto tutte le volte. I personaggi di queste serie, di queste vite che vengono raccontate, diventano parte di noi, e la full immersion che ne facciamo, fa in modo che si insinuino a poco a poco nella nostra testa, anche nei nostri comportamenti.

E siamo felici se si sposano, ci commuoviamo se hanno delle disgrazie, ci disperiamo se muoiono. Io per esempio mi sono commossa quando Soledad ha scoperto di avere l’Alzheimer e si è fatta uccidere, mi sono preoccupata quando Macarena è stata infilata in una lavatrice finendo in coma, e ho sofferto quando hanno ammazzato la figlia di Zulema davanti ai suoi occhi.

Stiamo parlando di carcerate pluriomicide (Vis a Vis), eppure sono entrata completamente in empatia con loro. Cosa che accade molto spesso. Tanto ci si affeziona a taluni personaggi che si finisce per dimenticare cosa abbiano fatto e ci si schiera dalla loro parte. Qui si cela tutto il meraviglioso mondo della nostra mente e tutta la bravura di chi sa manovrarla.

Dietro semplici trame che raccontano finzione, immaginazione, o comunque cose altre da noi, ci raccontiamo, ci rappresentiamo, viviamo un amore, esaudiamo un desiderio, stringiamo un’amicizia, rompiamo uno schema, ci prendiamo una rivincita, vendichiamo un’ingiustizia subita. Siamo ciò che avremmo voluto essere, ma non siamo riusciti. Credo sia questo il segreto di tanto successo.

Ora, tornando a una mia metafora iniziale, le abbuffate ogni tanto ci fanno stare bene, ma che siano consapevoli e sporadiche, perché la dieta equilibrata e varia è sempre quella che ci fa vivere meglio.

 

Alessia Pavoni
 


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