Asocial Network

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Nella seconda metà degli anni Cinquanta in Italia prendevano il via le prime trasmissioni televisive nazionali. Quel nuovo apparecchio che si insinuava nelle case degli italiani, si apprestava a portare una stupefacente finestra su un mondo fino ad allora inesplorato.

Non tutti, però, potevano permetterselo, così i più abbienti mettevano a disposizione il proprio. Da qui nascevano serate di gruppo, dove famiglie, finanche condomini interi, condividevano simpatici quiz, il celeberrimo Carosello e notizie di ogni tipo. Senza saperlo, quello era l’inizio di ciò che oggi chiamiamo social.

La televisione in quel modo incarnava perfettamente ciò che doveva essere il suo significato: dare informazione, fare varietà, dare cultura, far divertire e far riunire le persone.

La crescita economica ha poi permesso a ogni famiglia di possedere una o più televisioni; quindi la condivisione di serate si andò restringendo dai condomini ai nuclei familiari.

La stessa radio, è stata un importante elemento di condivisione. Si teneva in cucina o in salotto, luoghi di riunione familiare, dove insieme si ascoltavano trasmissioni, si cantavano canzoni e si immaginavano i volti di quelle voci.

«Canzoni lontane che un po’ mi ricordo anch’io. Canzoni in cucina la domenica mattina, malinconie dei nostri padri…». Questo cantava negli anni ‘80 Eros Ramazzotti, proprio a descrivere bene quanto detto.

Quelle malinconie, oggi, le abbiamo anche noi. Malinconie di un bianco e nero, poi a colori, di un ritornello, di un jingle, di un presentatore, di una valletta, ma anche di un joystick per due, di una musicassetta col rewind per riascoltare la canzone preferita, di una porta i cui pali erano due lattine vuote di Coca-Cola.

Malinconie dello scambio di biglie, delle figurine dei calciatori, del gessetto per giocare a campana, dei palloncini di Crystal ball e delle manine scivolose nei pacchetti di patatine Crick e Crock.

Tutto questo era SOCIAL. Perché si giocava insieme, ci si azzuffava e si faceva pace nello stesso momento dividendo una Brooklyn alla banana, quella che aveva un giallo diverso da quella al limone…

Si giocava maschi contro femmine, ma poi, quando quest’ultime mettevano su il broncetto, ci si riappacificava tutti davanti a un Cremino

Oggi di social network ce ne sono a iosa. Si può parlare a chiunque tramite un canale youtube, si ascolta di tutto con le App musicali e si fa shopping on line in un batter d’occhio, con un carrello virtuale che ci libera dall’incombenza di avere l’euro per prenderlo.

Abbiamo la possibilità di esplorare il mondo e che il mondo esplori noi, ma non ci stiamo accorgendo che lo stiamo facendo da soli.

Esiste il cosa facciamo e quando lo facciamo, ma non con chi lo stiamo facendo.

Camminiamo per le strade a testa bassa, rispondendo a un messaggio WhatsApp e non ci accorgiamo che il mandorlo sotto casa ha dato i suoi primi fiori; impegniamo la bocca a fare degli audio e non chiediamo scusa all’anziano che abbiamo urtato scendendo dall’autobus; ascoltiamo con delle cuffie enormi la playlist scaricata il giorno prima e non rispondiamo all’informazione di un turista. Non entriamo più nei camerini a giocare con le amiche a provare i vestiti, abbiamo già ordinato tutto su Privalia.

Non medichiamo più le ginocchia sbucciate dei nostri figli semplicemente perché non giocano più a nascondino. Il loro assordante silenzio ci fa dimenticare che sono diverse ore che stanno navigando su internet, a parlare con chissà chi, o a cercare chissà cosa.

Pensiamo di essere social, ma non c’è nulla di sociale dove non si parla, dove non si ascolta.
 

 

Alessia Pavoni


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